Le Valli di Comacchio

Le Valli di Comacchio "stazione" centrale del Parco del Delta del Po dell'Emilia Romagna.

Data:
02 Dicembre 2019
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  • Le Valli di Comacchio

Le valli di Comacchio si estendono complessivamente per 13.700 mila ettari, per la maggior parte del territorio con afferenze nei limitrofi comuni di Argenta e Ravenna. Costituiscono uno dei maggiori complessi salmastri d'Italia, un importante biotopo già dichiarato zona umida d’interesse internazionale con la Convenzione di Ramsar del 1971 e inserito nella “Rete Natura 2000” per la significativa biodiversità, insieme ad altri cinque siti in ambito comunale.

L'attuale conformazione è da ricondursi all’evoluzione morfologica subita dell’apparato di foce del Po, dopo l’ultima glaciazione, e dall'azione antropica delle bonificazioni: tali interventi hanno apportato incisive modifiche all’arenale sommerso, riducendo a circa un quarto l’originale superficie. Il sito comprende valli salmastre ricche di barene e dossi con vegetazione alofila che, sino ad un secolo fa, caratterizzavano la parte Sud-orientale della provincia di Ferrara e che ancora oggi costituiscono il più esteso complesso di zone umide salmastre della Regione Emilia Romagna.

Tali paesaggi d'acqua, presentano quindi un'estrema ricchezza antropologica in quanto, da sempre, rivestono per la storia della civilizzazione umana elementi strutturanti dei territori, nonché condizioni fondanti di molti degli assetti economici e sociali delle popolazioni insediate.

Manufatti testimoniali delle attività tradizionali nelle lagune e nelle valli sono i Casoni di valle realizzati nel loro assetto attuale, fin dal XVII secolo allorquando, con l'estinzione della casata d'Este e la devoluzione del Ducato di Ferrara alla Santa Sede (1598), Clemente VIII in visita ai nuovi possedimenti inaugurò il periodo della rinascenza della città. Nel più ampio contesto di regimazione idraulica delle acque vennero rinnovate le postazioni di pesca con il tipico Lavoriero – una struttura a guisa di freccia per la cattura delle anguille “sempre a l'entrar aperto, a l'uscir chiuso” (Tasso)- e accanto la realizzazione, in pietra, degli edifici per le maestranze. Il pontefice raggiunse la città via mare, giungendo da nord.

La morfologia del comprensorio vallivo con i suoi specchi d'acqua, ora conchiusi, ora in diretto collegamento con il mare, compongono un mosaico di habitat naturali che numerose specie di uccelli hanno eletto come luogo ideale per sostare, vivere o riprodursi. Gli argini rappresentano vere e proprie architetture di terra, i dossi assolvendo il compito di spartiacque e frangiflutti, li difendono. Il panorama presenta quindi lingue di terra che sfumano nell'acqua, luogo ideale per  accogliere l'avifauna. Giuseppe Ungaretti così le descrive (Il paese dell'acqua 1932-1933): Avevo sentito, arrivando, quel loro infinito di specchi che perdono la luce. Ora le vedo, tutte divise da strisce regolari, come una tavola inverosimile per giuocare a dama. In certi punti le prosciugano, e la terra là è di un colore di ragnatele, e, da lontano, pare che a toccarla si liscerebbe il manto di un daino.

Sono almeno 37 le specie di interesse comunitario regolarmente presenti nel sito; di importanza internazionale la nidificazione della Spatola presente con la più numerosa colonia in Italia  (circa 100 coppie). Di importanza nazionale le popolazioni nidificanti dell'Airone bianco maggiore, ma anche di alcune specie di Caradriformi (Cavaliere d'Italia, Avocetta, Fratino) e di Anatidi tra cui in particolare Volpoca  (25-30% totale nazionale), mentre Mestolone, Canapiglia e Moriglione presenti con popolamenti che nella maggior parte dei casi superano il 50% del totale italiano. La specie più rappresentativa , e scenografica, è quella del fenicottero Phoenicopterus roseus , stanziale nella vicina Salina. Le rilevazioni dell'ISPA (2001 – 2010) segnalano che 3 esemplari sono stati avvistati nel quinquennio 1991/95 e, seguendo un andamento incrementale, nel 2010, ne sono stati censiti 2615: oltre 1500-2000 fenicotteri al di fuori del periodoriproduttivo.

  • La Salina

La Salina di Comacchio è stata ricavata nell'antica foce del Po di Eridano, che fluiva a nord delle attuali estensioni vallive, rappresenta un biotopo di elevato valore naturalistico. Estesa su oltre 500 ettari ha sospeso la sua attività produttiva nel 1985. Regno di gabbiani e sterne, ben 9 specie vi nidificano regolarmente, accoglie molte altre rarissime specie che hanno eletto il comprensorio lagunare quale habitat ideale per riprodursi, svernare trovare accoglienza durante il passo migratorio. La coltura del sale, strettamente integrata alla pesca, ha rappresentato una forte connotazione economica, tanto che la presenza di naves di Comacchio si rileva nei maggiori porti del sistema Padano, come peraltro attesta in epoca medievale il Capitolare di Liutprando, prim'ancora dell'affermarsi della potenza marittima e commerciale di Venezia. La Serenissima, che tanto serena non doveva essere, se per mantenere l'assoluto predominio sulla produzione/distribuzione del sal maris  assoggetta con patti e guerreggia con le signorie vicine (Guerra del Sale con Ferrara 1482 – 84), a Comacchio non risparmia certo ripetute incursioni e incendi. L’impostazione di un moderno stabilimento di tipo francese lo impose nel 1796 Napoleone: per la sua costruzione giunsero a Comacchio ingegneri d'Oltralpe che realizzarono un progetto di efficienza idraulica e produttiva; i lavori furono eseguiti da 3.000 soldati dell’Armata. Nel 1815 lo Stato Pontificio recuperò la salina e con nuovi lavori apportò ulteriori migliorie, fino a quando fu depredata e ridotta pressoché all’inattività. Nel 1963 i Monopoli di Stato iniziarono un progetto di completo stravolgimento delle superfici ed una forte riduzione delle produzioni, fino a quando, nel 1985, il Ministero delle Finanze ne decretò la chiusura. Un Progetto LIFE dell’Unione Europea, nel 2005, ha permesso la ripresa produttiva, a fini didattico dimostrativi, riportando una porzione della Salina alla suo pristino stato. Nel biotopo insiste un elemento storico, punto privilegiato per il birdwatching: la Torre Rossa  (o Forte S. Giuseppe) è probabilmente l’unico edificio preesistente alla creazione della Salina, in quanto fu realizzata per la difesa della costa, in prossimità del mare. Costituisce il fulcro del piccolo complesso fortificato che ospitò prima le truppe austriache e,  poi, i militari della Finanza. La torre e i bastioni (demoliti nei primi decenni del Novecento) sono da ascriversi alla fine del XV secolo – inizio XVI sec.

La salina è una ricca risorsa naturale che ha contribuito a determinare caratteristici tratti identitari nelle comunità di appartenenza. La tradizione e le azioni per la valorizzazione dei Mestieri del Mare  e dei Mestieri del Sale  appartengono alle progettualità già avviate con i workshop e gli incontri formativi realizzati per creare una nuova generazione di salinari. La campagna del sale 2017 ha dato risultati apprezzabili nella produzione dell’oro bianco. Percorsi di fruizione e le visite guidate permettono di apprezzare un sito “estremo” di elevato interesse.

  • I Casoni di Valle

All’interno dello specchio vallivo erano presenti numerose stazioni di pesca, caratterizzata dalla presenza di “Lavoriero” - una struttura a guisa di freccia, anticamente realizzato in legno e canna palustre, posizionato strategicamente per catturare le anguille nel periodo della loro migrazione verso il mare aperto - . I Casoni di valle costituiscono architetture realizzate in muratura nel XVII sec. con il materiale recuperato da una delizie degli Estensi, denominata Le Casette, posta in prossimità di Magnavacca (attuale Porto Garibaldi).Le maestranze si dividevano fra i pescatori (o per meglio dire “vallanti”  -  e i guardiani – personale addetto alla controllo, specie notturno, per evitare il furto di pesce -.

Con partenza da stazione di pesca Foce, a pochi chilometri dalla città, è stato realizzato un percorso storico – testimoniale fra i casoni Pegoraro, Coccalino e Serilla (fruibile in barca).

Le architetture di valle presentano l’impianto e le suppellettili originali, testimonianza di un vissuto della tradizione così caratteristico di una civiltà legata all’acqua. La conformazione dello specchio vallivo consente inoltre di fruire di percorsi ciclo pedonali lungo gli argini permettendo di apprezzare le numerose specie ornitiche che hanno eletto il sito vallivo la loro dimora di elezione.

  • Argine Agosta

E' un antico tracciato di epoca romana che attraversa le Valli: l'Argine Agosta permetteva il collegamento fra Ravenna e Adria. Di grande suggestione paesaggistica la strada si sviluppa in fregio al bacino vallivo.

  • Argine Reno

Percorribile a piedi o in bicicletta, l'argine costeggia il limite meridionale delle Valli e si pone a confine fra il fiume Reno e lo specchio vallivo. Lo splendido paesaggio include la penisola di Boscoforte e una straordinaria varietà di uccelli che qui sostano o si riproducono.

  • Spina e le testimonianze archeologiche

La città di Spina ha fatto dell’area deltizia padana un punto di riferimento per le rotte commerciali mediterranee tra la fine del VI e il III sec. a.C., autentica porta per l’Italia cisalpina e l’Europa centrosettentrionale, e al contempo approdo occidentale per il commercio verso l’Oriente lungo le rotte adriatiche.  Sono degli anni Venti del secolo scorso i primi rinvenimenti archeologici a seguito delle opere di bonificazione. In Valle Trebba, nella vasta area sepolcrale in corrispondenza di antichi dossi costieri, furono scoperte tombe etrusche. Con il procedere dei lavori di prosciugamento delle acque si sarebbe poi rivelato in Valle Pega un secondo sepolcreto, scavato a partire dal 1954In età romana, il Delta ribadisce la sua connotazione di crocevia per i collegamenti verso le regioni settentrionali e di levante con canali che creano una via endolagunare paralitoranea tra Ravenna ed Altino, realizzati nella prima età imperiale, e le vie fluviali, di cui la principale era il Po, che collegavano l’entroterra con la costa. Della vocazione portuale dell’area ne sono ulteriore testimonianza gli scavi condotti negli anni Cinquanta che portarono al ritrovamento (1956) del sito di Santa Maria in Padovetere, in località Motta della Girata, una chiesa paleocristiana ad aula unica absidata con annesso battistero, fondata al tempo del vescovo di Ravenna Aureliano (520-521 d.C.). Nello stesso luogo, accanto al ramo antico del Pado Vetere, nel 2015 è riemersa una nuova imbarcazione di epoca romana (già individuata nel 2008), insieme a tre monossili. La barca, a fondo piatto, presenta considerevoli dimensioni ed era adatta ad una navigazione fluviale. La particolare tecnica costruttiva “a cucitura” prevede l’impiego di biete e cavicchi, scarsa la quantità di chiodi: una tecnica tipica dell’areale Alto Adriatico che ha rimandi in area greca e permane fin nell’alto medioevo fra Aquileia, Venezia e la Croazia, ma anche nell’area deltizia.

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Ultimo aggiornamento

Venerdi 22 Maggio 2020